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La produzione vitivinicola in Marocco, tra eccellenza, tradizione e religione.

di Antonino Finocchiaro

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Lo scorso anno la nota rivista Wine Enthusiast ha, per la prima volta, dedicato un ampio articolo al vino marocchino, presentandolo come una realtà emergente capace di attirare l’attenzione della critica e dei mercati internazionali. Secondo la rivista, il settore vitivinicolo iniziava a lasciarsi alle spalle una logica produttiva puramente quantitativa per orientarsi verso la valorizzazione del terroir, la qualità delle uve, la selezione delle denominazioni e la costruzione di un’identità enologica riconoscibile. Il vino del Marocco veniva descritto non come un prodotto di consumo ordinario, ma come l’espressione di un patrimonio agricolo e territoriale che ambiva a collocarsi nel segmento dell’eccellenza vitivinicola.

Queste indicazioni nel Wine Industry in Morocco: Business Report2026, redatto dagli analisti MarketPublishers, uno dei più ampi database di ricerche di mercato che, in questo caso, si focalizza sul comparto vitivinicolo del Paese nordafricano. Il report evidenzia come il settore sia inserito in un ambiente istituzionale caratterizzato da interventi normativi, meccanismi di controllo e politiche di sostegno orientate alla competitività e alla qualità. Particolare rilievo è attribuito agli strumenti di regolazione della filiera produttiva, alla sicurezza degli ambienti di vinificazione e trasformazione alimentare, nonché alla certificazione dell’origine e delle caratteristiche qualitative dei prodotti. Anche da questa prospettiva, il vino marocchino emerge come il risultato di una strategia che mira a costruire valore attraverso il controllo della sicurezza dei luoghi di produzione e la tracciabilità e riconoscibilità del prodotto finale.

La convergenza tra la narrazione proposta dalla stampa enologica internazionale e l’analisi economico-istituzionale del report può fare riflettere su un elemento di fondo: il posizionamento del vino marocchino come prodotto d’eccellenza non appare casuale, né riconducibile esclusivamente a dinamiche di mercato. Al contrario, esso rinvia a un insieme coerente di politiche pubbliche che da diversi decenni governano la produzione vitivinicola in chiave di miglioramento degli standard qualitativi, di compatibilità con le esigenze di sviluppo territoriale e di integrazione nei mercati globali.

È proprio a partire da questa evidenza che si impone un interrogativo di ordine più generale: come può uno Stato che riconosce l’Islam come religione di Stato adottare politiche pubbliche dirette non soltanto a regolamentare la produzione di vino, ma a promuoverlo come settore economico d’eccellenza, fondato su terroir, denominazioni controllate e rigorosi standard di sicurezza e qualità?

L’interrogativo sollevato invita a evitar e una lettura semplicistica del rapporto tra religione e politiche pubbliche. Nel caso del Regno del Marocco, la presenza del vino non è un fenomeno recente, ma una realtà storica che l’autorità pubblica regola da tempo distinguendo con chiarezza tra produzione agricola, consumo privato e dimensione pubblica. Questa articolazione sta alla base della validità giuridico-religiosa del divieto di consumo interno del vino per i musulmani e, allo stesso tempo, della politica di promozione vitivinicola che ha una rilevante importanza economica e si inserisce, persino, nella tradizione storica e culturale del Paese.

In Marocco l’Islam non è solo il credo della maggioranza dei consociati, ma è anche la religione di Stato; ciò si riflette in un quadro normativo, risalente, per altro, al periodo del protettorato francese, che, in linea di principio, vieta ai cittadini musulmani la vendita, l’acquisto e il consumo di vino.  

Allo stesso tempo, la disciplina complessiva sul vino tiene conto anche di altri elementi come della presenza - assai risalente – di comunità ebraiche, nonché dell’incremento - più recente - di turisti e residenti internazionali i quali non sono certamente sottoposti alle medesime restrizioni circa il consumo del vino e che, al contrario, possono costituire una fetta significativa del mercato interno. La comunità ebraica ha svolto, per secoli, una funzione economica complementare all’interno di una società a maggioranza musulmana, contribuendo alla conservazione e alla trasmissione di pratiche vitivinicole locali. La convivenza prolungata tra musulmani ed ebrei in Marocco, pertanto, ha consentito che il divieto religioso dell’alcool tra i musulmani sia stato mediato dalla presenza di produttori non musulmani, consentendo così al vino di circolare come bene economico senza contraddire apertamente le norme islamiche.

Inoltre, nell’ottica del Marocco contemporaneo, il vino non viene promosso come bene di consumo diffuso, ma come prodotto di qualità, legato ai territori, alle denominazioni e alle tradizioni produttive del Regno. Puntare sull’eccellenza, sulla tracciabilità e sui controlli, rimanendo nell’alveo della discrezione e della moderazione, non significa incentivare il consumo, ma attribuire al vino uno statuto diverso, che lo sottrae alla dimensione della trasgressione pubblica e ne governa l’impatto sociale. In questa prospettiva, la regolamentazione del settore vitivinicolo non rappresenta una sospensione del divieto islamico, perché rimane coerente con la tradizione istituzionale dell’Islam che ha storicamente privilegiato la modulazione delle norme in funzione dei contesti, degli status personali e dell’esigenza di tutelare l’equilibrio dell’intera comunità.

L’esperienza marocchina mostra così come uno Stato a maggioranza musulmana possa far convivere il rispetto del divieto religioso, la tutela delle diverse tradizioni presenti nel Paese e la valorizzazione di una produzione storica, attraverso una regolazione che non liberalizza il consumo, ma lo circoscrive e ne governa la presenza nello spazio sociale e culturale.

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